Nella Scuola di Belle Arti, il corso, sia propedeutico che specializzato, diede la prima importanza alla riproduzione. In questa contesto si rammenta subito la preferenza del "copybookism"(copia e imitazione) nella Scuola di Kano in Giappone. Il "copybookism", sia per la Scuola di Belle Arti sia per la suddetta scuola, fu preferito per il fatto che entrambe aderivano all'accademismo. È superfluo dire che gli insegnanti italiani si erano tutti diplomati o temporaneamente iscritti a qualche accademia europea. Tra i critici giapponesi che ammiravano <Immagine di donna giapponese>, capolavoro del Ragusa, uno disse che questa opera fu eseguita con tanta precisione che sembrava parlasse. Alla Scuola di Belle Arti ci si aspettava tale verosimiglianza dagli artisti italiani. Questo fatto è evidenziato dai Regolamenti della Scuola, in cui si dice che ..."di supplire ai difetti dell'arte nostrana e di creare nuove studi e ricerche sulla rappresentazione realistica." Nell'epoca Edo, gli artisti di stile occidentale avevano ormai formato la teoria, secondo la quale l'arte giapponese, perchè inferiore nel realismo o verosimiglianza all'arte occidentale, dovesse assorbire il realismo, o la verosimiglianza di quest'ultima, ossia la sua essenza. Nella sua lezione Fontanesi spiegò che compito dell'artista è di riprodurre sia gli oggetti naturali sia quelli artificiali. Questa non fu altro che una spiegazione didattica concepita esclusivamente per i suoi studenti giapponesi. In realtà, il pensiero artistico di Fontanesi fu di stile romantico. Egli disse: <scopo della pittura non è di rappresentare il colore e la forma della natura. Occorre invece dipingere con le proprie idee>. È più che probabile che tale opinione di stampo romantico venne passata anche ai suoi allievi. Questa visione colpì certamente i suoi studenti, e probabilmente fu loro facile da comprendere. Questo è perchè l'arte giapponese, fin da principio, tese a orientarsi verso il soggettivismo. Fontanesi, spiegando inoltre come fosse importante prestare attenzione all'orientamento dei raggi, trasse da esempio uno tronco piramidale. Anche in Giappone erano esistiti simili episodi riguardanti Gennai Hiraga e Naotake Onoda, pittori di stile occidentale. A parte siffatto parallelismo tra Fontanesi e i pittori di stile occidentale, non è da trascurarsi il fatto che le lezioni dell'artista italiano hanno aspetti assai simili al trattato sulla pittura scritto da Okyo Maruyama. Questi fu il pittore che diede la massima importanza all'oggettivismo. Entrambi, del resto, si somigliano molto perfino al punto che tutti i due erano opposti ad una pennellata virile e fluida. Esistevano certe somiglianze tra il pensiero pittorico di Fontanesi e la pittura orientale e giapponese. Certo, non è da dimenticarsi il fatto che le sue lezioni furono tradotte, e appuntate dai suoi allievi giapponesi; da qui la somiglianza. Pur riconoscendo questo fatto, non possiamo non interessarci alle somiglianze esistenti fra di loro. Può darsi che gli studenti giapponesi abbiano cercato di comprendere le teorie e opere degli insegnanti italiani, sulla scorta di tali somiglianze con la pittura giapponese. I Regolamenti della Scuola di Belle Arti dichiarano che "questo istituto intende importare la tecnica dell'Occidente moderno nella nostrana tradizione artigianale..." Questo atteggiamento, simile a quello slogan di`spirito giapponese e abilità occidentale' utilizzato dal Giappone per assorbire la cultura cinese, sembra essere stato accettato facilmente dagli studenti. Se avessero messo al primo posto le idee e filosofie, davanti a quella tecnica, l'apprendimento delle tecniche artistiche occidentali sarebbe stato oltremodo difficile. (tradotto da Shigetoshi Osano) |
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